BORNEO INDONESIANO E SULAWESI

BORNEO INDONESIANO E SULAWESI

Borneo e Sulawesi | Indonesia – luglio, agosto 2012

INFORMAZIONI

Il Borneo e il Sulawesi sono due tra le isole più arretrate dell’Indonesia. Non abbiamo avuto alcun problema legato alla sicurezza, ma un po’ di prudenza non guasta.
La situazione sanitaria richiede particolare attenzione: sono presenti numerose malattie tropicali, alcune endemiche e molto diffuse, come la malaria. La scelta se fare o meno la profilassi è individuale; noi non l’abbiamo fatta, abbiamo usato spray repellenti e indossato abiti coprenti. Per fortuna è andato tutto bene. Benché ci possiamo ritenere viaggiatori esperti – e abbiamo mangiato street food in altri paesi – qui non ci siamo fidati, in quanto il livello di igiene è davvero basso.
Consiglio di portare con sé biscotti e frutta secca, talvolta eravamo in transito da un luogo ad un altro e non abbiamo potuto pranzare o cenare; abbiamo saltato 4 pasti in tutto il viaggio e ci è capitato di trovarci in paesini sperduti senza alcun ristorante.

Luglio e agosto sono un buon periodo per visitare il Borneo e il Sulawesi; il tempo è stato sempre bello, talvolta il cielo era coperto, ma non ha mai piovuto. Le temperature raggiungono i 30°, ma ciò che disturba maggiormente è l’umidità, soprattutto nel parco del Tanjung Puting nel Kalimantan, in Borneo.

Le immersioni sono da dieci e lode: sicuramente il posto top in cui ci siamo immersi fino ad ora. I walls sono spettacolari e cadono a strapiombo negli abissi, la grandezza dei coralli è stupefacente, la varietà di pesci incredibile e la quantità di tartarughe sorprendente. Le immersioni sono talvolta impegnative, ma assolutamente fattibili anche da chi non ha molta esperienza, benché le guide tendano a spingersi spesso un po’ troppo in profondità.


Quest’anno abbiamo scelto nuovamente l’Indonesia come meta estiva: lontana, esotica, legata alle tradizioni e con una delle barriere coralline più belle al mondo. Esattamente le caratteristiche che ricerchiamo.
A differenza di 2 anni fa, quando avevamo soggiornato nelle mete più turistiche di questo paese, questa volta decidiamo di avventurarci in un vero e proprio viaggio, estremamente articolato e complesso nella sua organizzazione, non privo di imprevisti, e proprio per questo molto affascinante.
Le 2 tappe principali saranno il Borneo indonesiano – nella zona del Kalimantan – e il Sulawesi, alle isole Togian; ma aggiungeremo numerose altre destinazioni, quali Dubai, Bangkok, Giacarta e Bali.
Un viaggio non per tutti, che richiede molto spirito di adattamento e almeno 4 settimane a disposizione; su 30 giorni di vacanza, 10 se ne sono andati negli spostamenti.
16 voli, 8 diverse compagnie aeree di cui 6 in black list, 12 sistemazioni alberghiere e 3 fusi orari, ecco alcuni degli ingredienti della nostra avventura!

VOLI
Milano–Dubai | Bangkok: Emirates
Bangkok–Giacarta: Air Asia
Per/da Kalimantan/Sulawesi: Kal Star Aviation, Batavia Air, Lion Air, Wings Air, Trigana Air, Sriwijaya Air
Bali–Giacarta | Giacarta–Bangkok: Air Asia

15/19 luglio – DUBAI, BANGKOK, GIACARTA
Prima di approdare alle tappe più impegnative del nostro viaggio, ci concediamo un po’ di tempo in 3 grandi metropoli.
Abbiamo uno stop over a Dubai di un giorno intero e ne approfittiamo per visitare velocemente la città; i 43° ci impediscono di trascorrere del tempo all’aperto e così imitiamo gli abitanti del posto in questa stagione: ci rinchiudiamo nei centri commerciali.
Dall’autostrada che conduce in città ammiriamo il Burj Khalifa, il grattacielo più alto al mondo; una veloce sosta sulla bella spiaggia bianca giusto per scattare qualche foto al Burj Al Arab, il famoso hotel a vela e poi ci rifugiamo nell’aria condizionata del Mall of Emirates dove Enri decide di sciare allo Ski Dubai; incredibile passare dai 43° gradi esterni ai – 4°. Attrezzati con tute e sci prendiamo la seggiovia e ci godiamo un’oretta in questa alternativa stazione sciistica.
Ci spostiamo al Dubai Mall dove contempliamo il gigantesco acquario direttamente all’interno del centro commerciale, con tanto di tunnel e squali, mante e trigoni che ci nuotano sopra alla testa e ci rechiamo come ultima tappa alla palma, 3 isole artificiali costruite di fronte a Dubai che culminano nel lussuoso hotel Atlantis che contiene un altro acquario.
Una città davvero particolare, grandiosa e stupefacente, ma estremamente artificiale.
E’ già sera e dobbiamo recarci nuovamente in aeroporto dove ci attende il volo per Bangkok.

Atterriamo nella città degli angeli e ci sentiamo come a casa; l’abbiamo già visitata in passato e tornarci è sempre emozionante, con i suoi contrasti, la sua frenesia, le sue luci, i suoi colorati mercati diurni e notturni e le sue bancarelle di cibo in strada.
Ci rechiamo in Khao San Road, la mecca dei viaggiatori zaino in spalla nonché la via più caratteristica della città, dove ritroviamo la stessa atmosfera gioiosa e festosa delle scorse volte: i ristoranti con le griglie fumanti, le donnine che fanno i massaggi, le bancarelle di cianfrusaglie e un andirivieni continuo di turisti in arrivo o in partenza, perché Khao San Road è spesso il luogo di inizio della vacanza, ma anche quello della sua conclusione, una via di transito dove è sempre bello tornare.

Pernottiamo allo Sleep Withinn, una delle sistemazioni di miglior livello di tutta la via, tenendo conto che le altre sono spartane budget accomodations.
Abbiamo già visitato in passato i principali luoghi simbolo di Bangkok, il Wat Arun, il Grand Palace, i canali sul Chao Phraya River, China Town e i vari mercati da Patpong al Chatuchak.
Decidiamo quindi di farci portare al mercato galleggiante fuori città; pensavamo fosse più tradizionale e invece si è rivelato abbastanza turistico. Piacevole comunque il giro in barca lungo le sponde dei canali, dove abbiamo potuto vedere le palafitte decadenti dei semplici thailandesi che vivono in questo luogo, le barchette-bancarelle che vendono frutta, verdura e cibo vario, la fabbrica di zucchero ricavato dal cocco.
La sera ci tuffiamo nel caos di Patpong, quartiere a luci rosse, con il suo celebre mercato notturno.
Ritorniamo a China Town, dove ci perdiamo letteralmente tra una miriade di bancarelle che vendono le più pacchiane cineserie e il momento di spostarsi a Giacarta arriva in un attimo.
Ritorneremo a Bangkok prima del rientro; con un volo Air Asia atterriamo quindi nella capitale indonesiana.

Meno male che avevamo prenotato dall’Italia un bell’hotel dove pernottare, perché arrivando in piena notte la città è deserta e incute timore; la nostra sistemazione – l’Akmani Hotel – si trova accanto a Jalan Jaksa Street, che, secondo la Lonely Planet, dovrebbe essere una sorta di Khao San Road, con ostelli per backpackers. In realtà scopriremo il giorno dopo che la suddetta via è in totale decadenza, deserta e distrutta. L’unica nota positiva è che troviamo una piccola agenzia di viaggi dove prenotiamo a fatica, a causa delle difficoltà di comunicazione, il volo per il Borneo.

Giacarta

Giacarta ci stupisce, in negativo; la pensavamo una metropoli turistica sul genere delle altre grandi città asiatiche, al contrario ci è sembrata tagliata fuori dai circuiti internazionali e poco organizzata nell’accoglienza dei turisti. I taxisti non parlano inglese e talvolta si rifiutano di caricarti in macchina e c’è molto poco da vedere, come ci ha confermato un venditore ambulante incontrato sotto al Monumento Nazionale in piazza dell’Indipendenza: “One day, two days, too much for you, nothing to see in Jakarta”!
Ci rechiamo quindi a visitare la Moschea Istiqlal, costruita di fronte alla cattedrale, a simboleggiare la tolleranza tra Islam e Cristianesimo e proseguiamo per la Old City, il quartiere coloniale, che potrebbe essere bellissimo e invece è totalmente fatiscente, con i palazzi coloniali sventrati e abbandonati a se stessi.
Pranziamo nel lussuoso Cafè Batavia, che stona decisamente con la decadenza da cui è circondato e decidiamo di raggiungere a piedi il porto; una lunga passeggiata costeggiando le rive del fiume Ciliwung, un immondezzaio a cielo aperto, con tanto di zingari che vivono sotto e sopra ai ponti in mezzo all’immondizia.
La situazione non migliora quando arriviamo al porto e ci addentriamo nei suoi sobborghi; abbiamo tutti gli occhi puntati addosso e non mi sento per niente tranquilla. Anche qui si susseguono capanne di legno e lamiera e piccole bancarelle, sempre in mezzo alla sporcizia, povera gente che vive in condizioni precarie, senza acqua né elettricità. Siamo gli unici occidentali, non abbiamo visto l’ombra di un turista per tutto il giorno.
Non mi aspettavo tanta miseria in una capitale. La sera scopriamo la parte moderna di Giacarta, con i grattacieli e i centri commerciali, ma ormai l’immagine che ci rimarrà impressa nella mente sarà quella di una metropoli trasandata.

20/22 luglio – BORNEO, KALIMANTAN, TANJUNG PUTING NATIONAL PARK

Sara con mamma e cucciolo di orango

Con un volo Kal Star atterriamo finalmente in Borneo, a Pangkalan Bun.
La nostra intenzione è di fare 3 giorni su di un klotok, un’imbarcazione tipica, sul fiume Sekonyer, alla ricerca degli orangotango. Veniamo avvicinati da un indonesiano che organizza i tour nel Parco Nazionale del Tanjung Puting; in realtà sta aspettando dei signori italiani che lo hanno contattato dall’Italia, ma dato che sembra non siano arrivati, si offre subito di organizzarci i 3 giorni, che fortuna!
Ci spostiamo in taxi nel piccolo paesino di Kumai, una via principale costeggiata da capanne e baracche di legno e un porticciolo da cui salpiamo con il nostro klotok, il Kingfisher.

La nostra guida, Azie, ha fatto la spesa prima di partire, una scorta di cibo che viene depositata all’interno di un improvvisato frigo di polistirolo con dei panetti di ghiaccio; mi chiedo come potrà conservarsi il tutto, soprattutto carne e pesce, per 3 giorni con quel caldo.
Leviamo l’ancora, i bimbi con i loro colorati pigiamini ci salutano dalle palafitte; la gente del posto ha così pochi mezzi, vivono in casette semplici con i bagni costituiti da un buco nelle assi di legno, che scarica direttamente nel fiume, eppure sembrano sereni e spensierati.
La nostra casa per i prossimi giorni sarà questa barchetta di legno, a 2 piani: quello sopra per noi, quello sotto per l’equipaggio, Azie, il marinaio e il figlioletto. Ci posizionano un tavolino, 2 sedie e un materasso, ed è così che trascorreremo la maggior parte del tempo, seduti a contemplare il magnifico paesaggio che ci circonda.
Man mano che ci allontaniamo da Kumai la giungla diventa sempre più fitta e il letto del fiume più stretto, fino a che ci ritroviamo in mezzo al nulla, solo il canto delle cicale accompagna il nostro viaggio.

In navigazione sul fiume Sekonyer

Le giornate a bordo del klotok sono scandite da ritmi ben precisi: la mattina ci alziamo all’alba e Azie ci prepara la colazione accucciato per terra nel piccolo vano motori, che fa anche da cucina; dopodichè si naviga verso i campi per l’avvistamento degli orango. Durante la navigazione siamo sempre soli, solo ai campi troviamo altri klotok attraccati.
Si scende e si fa un breve trekking nella giungla per raggiungere le feeding stations, piattaforme di legno costruite nel fitto della vegetazione, dove i rangers depositano banane e latte e imitando i versi degli orango cercano di attirare la loro attenzione.
Dopo poco si sentono dei fruscii, le piante si piegano sotto al peso dell’orango dominante che si avvicina alla postazione per cibarsi, è incredibile quanto sia maestoso. In silenzio scattiamo qualche foto a pochi metri di distanza. Quando il dominante termina la sua colazione, si apposta in cima ad un albero e attende che gli altri orango si nutrano. Terminato questo rituale spariscono nuovamente nella giungla.

Orangotango, il dominante

A Camp Leakey ci sono una mamma orango e il suo piccolo abituati alla presenza dei turisti, si fanno avvicinare, riesco addirittura a farmi scattare una foto a braccetto con loro, hanno una stretta di zampa micidiale!
Nell’ultimo campo invece un’altra femmina con il piccolo ci cammina letteralmente accanto, facendo le capriole e ci accompagna fino alla feeding station.
E’ incredibile quanto abbiano degli atteggiamenti simili a quelli umani e non credevamo di riuscire a vederli tanto da vicino, siamo entusiasti.

La giornata prosegue quindi a bordo con il pranzo, riso, verdure e pollo, oppure riso, verdure e pesce, non molta la varietà di cibo, ma tutto buono e ben presentato tenendo conto che ci troviamo in un luogo davvero remoto.
A bordo decidiamo di fare la doccia, benchè fossimo scettici in quanto ovviamente si deve usare l’acqua non proprio invitante del fiume, ma ci sentiamo sollevati subito dopo.
Il tramonto arriva in fretta e alle h 18 è già buio. Si attracca accanto alle mangrovie e si attende l’ora della cena; sul klotok non c’è l’elettricità quindi ceniamo a lume di candela.
Alle h 20.30 andiamo a dormire sul nostro letto costituito da 2 materassi posati a terra sotto ad una zanzariera; è così che passeremo le nostre 2 notti, all’aperto, nel buio più buio che abbia mai visto, accompagnati dal canto perenne delle cicale e dalle urla dei gibboni. La notte l’umidità è pazzesca, le lenzuola si bagnano, ma l’alba arriva presto e il nostro tour volge al termine.
Riprendiamo la navigazione in senso contrario, avvistiamo un coccodrillo e ritorniamo a Kumai pienamente soddisfatti da questa esperienza incredibile.

Azie che cucina nel vano motori del klotok

Dormiremo in paese in attesa del volo del giorno seguente per le isole.
Kumai non ha ristoranti, solo warung, ovvero bancarelle di cibo di strada, ma non ci fidiamo, ceniamo quindi a base di biscotti e crackers e ci rifugiamo in camera; la cittadina dopo le h 18 diventa deserta, la gente si rinchiude nelle proprie capanne a causa del Ramadan e il muezzin comincia a cantare creando un’atmosfera a dir poco inquietante.

23/30 luglio – BORNEO, KALIMANTAN, ATOLLO DI MARATUA
Lo spostamento dal central all’east Kalimantan non è breve; in un solo giorno prendiamo 3 voli interni: da Pangkalan Bun a Banjarmasin, da Banjarmasin a Balikpapan e da Balikpapan a Berau.
Atterrati a Berau troviamo una modesta sistemazione in un hotel scovato sulla Lonely Planet, il Derawan Hotel, dove veniamo accompagnati da un taxista improvvisato che fa sedere nel bagagliaio della sua macchina moglie e figlie per farci spazio.
La mattina seguente investiamo non poche energie per farci capire dalla receptionist dell’hotel che parla tre parole di inglese e riusciamo a prenotare un taxi che ci porterà a Tanjung Batu, dove una volta arrivati prendiamo una barchetta per l’isola di Derawan.

Approdati a Derawan non troviamo l’isola che ci aspettavamo; la Lonely Planet la descriveva come un luogo allegro e movimentato, ma a noi pare non ci sia anima viva in giro. Le strutture sono tutte in decadenza, sembrano abbandonate da anni e l’unica decente, il Derawan Dive Lodge, non ha più camere disponibili.
Vaghiamo increduli e distrutti con gli zaini in spalla avanti e indietro e notiamo la sporcizia del posto provocata dal villaggio di pescatori che abita l’isola.
La spiaggia di Derawan sarebbe un incanto, sabbia bianca accecante e una laguna azzurrissima, peccato che ovunque ci siano rifiuti, davvero assurdo in un simile paradiso.
Cominciamo a scoraggiarci, siamo stanchi e affamati, il cielo si fa sempre più cupo e non sappiamo dove pernotteremo; mi viene però in mente di aver letto di un resort di lusso su di un’altra isola, Maratua, e decidiamo di tentare lì.
Il mare però è sempre più mosso e nessun pescatore accetta di portarci sull’altra isola quel pomeriggio stesso; insistiamo e sotto pagamento di una somma più elevata ci portano. Saliamo su di una barchetta giocattolo lunga 4 metri con un paio di panchette e ci mettiamo in viaggio.
Siamo consapevoli di commettere un’imprudenza, una microscopica barchetta in mare aperto, senza satellitare e in balia delle onde. Il motore si inceppa più volte e temiamo il peggio, ma per fortuna dopo un’ora di peripezie stiamo costeggiando l’incantevole atollo di Maratua e dopo pochi istanti ecco davanti a noi il paradiso: una micro isoletta circolare, ricoperta di palme e una manciata di bungalows, circondata da una laguna incantevole.
Ora sì che abbiamo trovato il posto giusto per noi.

L’isola di Maratua

Eccoci al Nabucco Island Resort. La struttura è molto bella, veniamo accolti dalla manager del resort che ci accompagna al nostro bungalow in legno con scaletta diretta di accesso in mare. E’ tutto pulitissimo e profumato, lenzuola, asciugamani e finalmente abbiamo un bagno come si deve, addirittura con le pareti decorate di conchiglie.
Il ristorante è su di una palafitta, si mangia molto bene, cucina indonesiana con alcuni piatti europei, tutto fresco e cucinato sul momento, a cena ben 4 portate.
Questo sarà il nostro rifugio per una settimana.
I colori della laguna intorno al resort sono incredibili, lingue di sabbia si alternano a piscine naturali dall’acqua cristallina e la barriera corallina circonda l’isola che si gira a piedi in 10 minuti.
Alterniamo giornate di ozio ad altre di immersioni, il motivo principale per cui siamo venuti fin quaggiù.

La barriera corallina è quanto di più bello mai visto; i coralli sono coloratissimi, con tonalità dal lilla, al rosso, all’azzurro e vediamo una miriade di tartarughe, che si fanno addirittura accarezzare e un’infinità di pesci, nemo, farfalla, palla, leone, picasso, titano, trombetta, chirurgo, seppie, aragoste, murene, nudibranchi e ancora stelle marine blu e conchiglioni giganti.
La giornata più incredibile è quella in barca, 3 immersioni con sosta all’isola di Kakaban con una spiaggia vergine da togliere il fiato.
Al diving del Nabucco ci siamo trovati molto bene, attrezzatura ben tenuta e guide esperte; quasi tutte le immersioni siamo scesi profondi, a 30 metri.

Il reef di Maratua

L’ultimo giorno ci facciamo portare a Nunukan, un’altra isola dove si trova il Nabucco Nunukan Island Resort, della stessa gestione del nostro. La struttura è ancora più bella e il drop-off si trova a pochi metri dal pontile, cosa che garantisce uno snorkeling superbo, durante il quale in pochi minuti abbiamo contato ben 10 tartarughe.
Anche qui la spiaggia è bianchissima e c’è un pontile lunghissimo che collega Nunukan ad un’isoletta deserta, ancora da colonizzare.

Sara e Enri

A malincuore giunge il momento della partenza. Non è facile abbandonare un tale paradiso, ma l’avventura non è finita, prosegue in Sulawesi dove siamo certi ci attendono spiagge altrettanto spettacolari e immersioni da sogno.
Le uniche due note dolenti dei nostri 6 giorni a Maratua sono state: il pagamento del soggiorno, molto salato e preteso in contanti, che non avevamo (ci siamo dovuti far fare un bonifico estero); e il transfer di ritorno, 5h30 in 10 persone su di una piccola barca senza toilette, in mezzo ad un mare con onde spaventose; nessuno di noi ha fiatato per tutto il viaggio e ci è sembrato davvero azzardato da parte dei gestori del resort farci mettere in mare con quelle condizioni, quando c’era una soluzione alternativa (il tragitto fatto da noi all’andata).
Nauseati e storditi arriviamo sani e salvi a terra.

31 luglio/5 agosto – SULAWESI, ISOLE TOGIAN, KADIDIRI

I villaggi di palafitte degli zingari del mare

Siamo nuovamente a Berau e dobbiamo ancora prenotare i voli per il Sulawesi; cominciamo a vagare per la città alla ricerca di un’agenzia di viaggi, ma una è già chiusa, nell’altra non riusciamo a farci capire, infine stremati dal caldo e dalla stanchezza – dopo 2 ore di peregrinazioni – abbiamo in mano i nostri biglietti, destinazione Luwuk in Sulawesi.
Pernottiamo in un hotel abbastanza fatiscente, in particolare il bagno, il Sederhana Hotel, e il giorno seguente lo passiamo in aeroporto, ben 3 voli da Berau a Balikpapan, da Balikpapan a Makassar e da Makassar a Luwuk.

Mentre attendiamo i nostri bagagli nella spartana sala arrivi di questo sperduto e microscopico aeroporto, un taxista si offre di portarci la sera stessa ad Ampana, porto di partenza per le isole Togian.
Accettiamo e facciamo ancora 6 ore estenuanti di macchina e una cena a base di biscotti e patatine; il viaggio si rivela molto interessante perché ci addentriamo nel Sulawesi più autentico, attraversiamo paesini dispersi nel nulla in mezzo alla giungla, estremamente poveri, dove le donnine musulmane sfilano per strada velate di bianco di ritorno dalla moschea e il canto del muezzin onnipresente rende l’atmosfera molto tipica.
Arriviamo ad Ampana in piena notte e dormiamo all’Oasis Hotel, ormai non ci scomponiamo più di fronte al basso livello di questi hotel di transito; la mattina ci attendono ancora 6 ore di traghetto per le isole.
3 giorni interi di viaggio per spostarci dal Borneo al Sulawesi.

L’isola di Kadidiri

Finalmente arriviamo alle isole Togian, la vegetazione è verdissima e sulla costa avvistiamo i villaggi di palafitte degli zingari del mare, abitanti di questi luoghi.
Veniamo condotti a Kadidiri, piccola isoletta dall’acqua verde con la barriera corallina affiorante; sulla spiaggia si affacciano solo 2 strutture, il Kadidiri Paradise Resort, sistemazione scelta da noi, e il Black Marlin Dive Resort.
Entrambe le sistemazioni non sono di alto livello, probabilmente qualche anno fa lo erano, ma gli indonesiani hanno questo brutto vizio di lasciare andare tutto in decadenza, senza ristrutturare.

I bungalows del Kadidiri Paradise sarebbero molto belli, alcuni direttamente sulla spiaggia, altri immersi nel verde, ma la pulizia all’interno è pessima, anzi inesistente. Tra un ospite e l’altro vengono unicamente cambiate le lenzuola, ma bagno e pavimenti rimangono così come sono.
Il Black Marlin sembra simile, più incentrato sull’attività di diving.
Certo la bellezza del paesaggio circostante è ciò che conta, la sabbia bianca e finissima, una laguna con il mare sempre piatto e con il sole i colori sono stupendi.
Un lato positivo di questo piccolo resort è che durante i pasti ci si siede ad un unico tavolo, quindi è molto facile e piacevole socializzare; vengono serviti dei piatti da condividere tra tutti gli ospiti, ma la cucina non è granchè, poca varietà davvero, sempre riso, verdure, carne o pesce e poco altro.

Le isole Togian sono conosciute per le immersioni da favola, nel golfo dei Tomini, paradiso della biodiversità.
Ci affidiamo al centro diving – che apparentemente riflette un po’ la trasandatezza della struttura – ma con la guida ci siamo trovati molto bene, anche se l’attrezzatura non ci è sembrata curata come al Nabucco.
Le immersioni sono meravigliose, forse come quantità di pesce Maratua è superiore, ma la barriera corallina e i walls che ci sono qui sono spettacolari, sia per i colori che per la grandezza dei coralli. Gorgonie giganti, coralli di tutte le varietà, ma ciò che colpisce è la dimensione. Facciamo tutte le nostre immersioni su pareti che cadono a strapiombo nel blu ed è sempre bello provare quella sensazione di essere sospesi nel nulla, con tanti metri d’acqua sopra e sotto di noi.
Anche qui ci portano profondi, sempre a 30 metri ed Enri va addirittura a 40, io lo aspetto poco più su; abbiamo battuto in assoluto i nostri record di profondità; questo ci provoca una certa soddisfazione, anche se ripensandoci a posteriori – tenendo conto che ci trovavamo in un luogo remoto senza camera iperbarica – un po’ abbiamo rischiato.
Tra un’immersione e l’altra pranziamo sull’isola di Una Una, deserta e molto suggestiva, con la sabbia vulcanica scura, le sue palme coricate sulla spiaggia e, insolito, le mucche che riposano al loro riparo.
L’ultima immersione è la più emozionante, per Enri…appena iniziamo la discesa vedo che schizza in profondità velocemente, sta passando un’aquila di mare! Io purtroppo mi attardo a causa di un problema di compensazione e così mi perdo la magnifica visione, non posso che consolarmi guardandola in foto.

Il reef di Kadidiri

I nostri programmi prevederebbero di trascorrere a Kadidiri un’intera settimana e di concludere qui il nostro viaggio, ma la poca pulizia del resort, la scarsa qualità e varietà del cibo e la presenza costante dei topi in camera, che ci tengono compagnia ogni notte con il loro rosicchiare continuo, ci fanno prendere la decisione di spostarci a Bali dopo soli 2 giorni e mezzo di permanenza.
Lasciamo quindi le Togian prima del previsto, un po’ a malincuore, ma abbiamo voglia di civiltà.

Ricomincia quindi la nostra epopea: 5 ore di traghetto, questa volta più sgangherato dell’andata, sporco e puzzolente, con la gente ammassata insieme alle merci, sacchi di riso, caschi di banane, piante; da Ampana 7 ore di macchina fino a Luwuk, talvolta dobbiamo fermarci perché le mucche stanno coricate in mezzo alla strada; arrivati a Luwuk nel pieno della notte, pernottiamo forse nell’hotel più brutto di tutta la vacanza, con la porta del bagno bucata e distrutta, ma ci dormiremo solo un paio d’ore in quanto all’alba ci attendono 2 voli: da Luwuk a Makassar e da Makassar a Denpasar (Bali).

6/10 agosto – BALI
Atterriamo nella turistica e caotica Bali e non ci sembra vero di vedere tanti occidentali, che strano dopo settimane di quasi totale isolamento.
Scegliamo come base per il nostro soggiorno Seminyak, dove eravamo già stati 2 anni fa e questa volta optiamo per un hotel davvero lussuoso, il Semara Resort & Spa.
Camera enorme, bagno più grande della stanza da letto, piscina semi privata e colazione a buffet internazionale dove mangiamo tutto ciò a cui abbiamo rinunciato nelle scorse settimane.
Negli ultimi giorni che ci attendono vogliamo riposarci in spiaggia, dopo tutto il nostro vagare ne abbiamo bisogno; d’altronde Bali l’avevamo già girata la scorsa volta, eravamo stati a Ubud, al Safari Elephant Park di Taro, a Ulu Watu, a Jimbaran, a Tanah Lot, Kuta e Seminyak.
Trascorriamo quindi le nostre giornate al mare su di un comodo lettino imbottito, un po’ di surf per Enri, shopping nei negozietti, un bellissimo giro in motorino fino a Ulu Watu Beach dove si radunano i surfisti migliori e a seguire una romantica e costosissima cena di pesce a Jimbaran, una serata in giro per i locali della Kuta by night, e, dopo esserci rimpinzati di pasta e pizza, cominciamo a rimpiangere la piccola Kadidiri con la sua laguna verde smeraldo, il silenzio e la quiete di quei luoghi che ci sembrano ormai così lontani.

11/12 agosto – IL RIENTRO
Con un volo Air Asia rientriamo a Bangkok e ancora una volta ci ritroviamo in Khao San Road, là dove tutto ha inizio e dove tutto finisce; facciamo ancora un giro di shopping al Chatuchak Market e un ultimo massaggio.
E’ davvero finita. Rassegnati e sconsolati cominciamo la lunga trafila del rientro e prendiamo gli ultimi 2 dei 16 voli dell’intera vacanza.

Questo è stato senza dubbio il viaggio più incredibile che abbia mai fatto, mai come questa volta sono entrata a contatto con la realtà del posto, ogni momento è stato speciale e unico, anche gli spostamenti apparentemente più noiosi, le ore passate in auto o in barca.
Porterò sempre con me le immagini degli orango in quella giungla ancora vergine, i sorrisi dei bambini, i colori del mare di Maratua, la natura incontaminata del Sulawesi e le incredibili barriere coralline che ci hanno fatto tanto sognare.
Non ho altre parole per descrivere la magnificenza di ciò che abbiamo visto, ora rimangono i ricordi, le foto e questo racconto.


Giacarta, le golette di Makassar
Giacarta, i sobborghi del porto
Borneo, Kumai – Tanjung Puting National Park
Il nostro klotok
In navigazione lungo il fiume Sekonyer
La vita a bordo del klotok
Orangotango, il dominante
Orangotango, il dominante
In navigazione lungo il fiume Sekonyer
Orangotango, il dominante
Mamma orango e il suo cucciolo
La vita a bordo del klotok
La vita a bordo del klotok
La vita a bordo del klotok
Sara e Enri
In navigazione lungo il fiume Sekonyer
Borneo, Nabucco Island Resort
Borneo, Nabucco Island Resort
Borneo, Nabucco Island Resort
Borneo, Nabucco Island Resort
Borneo, Maratua
Borneo, Maratua
Sara e Enri
Il reef di Maratua
Tartaruga
Clown fish – nemo!
Stella marina blu
Sara
Borneo, Kakaban
Borneo, Nunukan
Sara e Enri
Sulawesi, villaggio degli zingari del mare
Sulawesi, Kadidiri
Sulawesi, Una Una